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Oblazione di Giorgio Filieri

Sep
14

Omelia di Don Giustino Pege, Abate dell’Abbazia “Madonna della Scala” di Noci (BA)

Un giorno ad Abba Antonio il Grande, padre dei monaci, giunse dal cielo una voce che disse: “Antonio, non sei ancora giunto alla misura di quel ciabattino che vive in quel villaggio. Antonio partì e andò a trovarlo, e visto come viveva, gli disse: “Anche se dimoro sempre nel deserto, io non ho raggiunto la tua perfezione”.

Questo apoftegma, a mio parere, è molto significativo in questa particolare celebrazione e ci dice che già nel monachesimo antico non c’è distinzione tra monaci e laici: tutti e due perseguono la stessa meta e gli stessi valori di perfezione spirituale.

La festa liturgica di oggi ci presenta proprio un cammino di perfezione cristiana, ci parla della croce. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” (Gv 3,16). Dentro questo amore, che è pura grazia, noi facciamo l’esperienza dell’incontro con Dio.

Un incontro, questo, che avviene con un doppio movimento: di esaltazione e di umiliazione, come abbiamo sentito nel Vangelo di Giovanni. Una salita e una discesa che ci ricorda la scala dell’umiltà che Benedetto ci presenta al cap. 7 della Regola. Al vertice della scala c’è la volontà di Dio, l’umiltà della vita e la sapienza del cuore.

oblazione giorgio filieri

Sapienza che per il monaco è rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo, di colui che è al primo posto come vocazione originale del monaco a cui nulla va anteposto, sostituito o preferito. In Cristo, che è venuto non per essere servito ma per servire, i monaci vivono allora il servizio come vocazione. Servizio a Dio (Opus Dei) e sevizio ai fratelli (Opus caritatis).

L’oblato benedettino è colui che sente proprio il carisma monastico e desidera seguire gli stessi insegnamenti di S. Benedetto mettendosi alla sua scuola di vita e di sapienza.

Un cosa accomuna in profondità monaci e oblati e ne rivela la bontà della vocazione: Benedetto la definisce così: “Si revera Deum quaerit”: se veramente cerca Dio. Monaci e oblati si configurano come appassionati cercatori di Dio e lo cercano perché sanno bene che Dio li ha cercati per primi, mettendo nel loro cuore il desiderio di Lui.

E in questa ricerca, ognuno cerca Dio secondo il modo che gli è proprio: il monaco in monastero nella vita comune sotto l’autorità della Regola e dall’abate. L’oblato, invece, “cerca Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”, come dice la Lumen gentium al n. 31. Ordinandole, cioè mettendo ordine, elaborando una propria scala di valori e di priorità che partono dal primato di Dio nella sua propria vita, affinché ogni cosa che fa e che vive sia a sua lode. “Ut in omnibus glorificetur Deus”.

Tutto questo è il cammino di conversione che accomuna monaci e laici: “conversatio morum” o “conversazione morum”, come scrive San Benedetto. Conversatio non significa semplicemente conversione nel senso interiore o morale come la intendiamo noi oggi, ma indica un cambiamento concreto di vita per tutta la vita. Per San Benedetto significa la stessa vita monastica.

Una sintesi ben riuscita di tutto quanto ho detto la troviamo espressa nel primo capitolo degli Statuto degli Oblati, dove di dice: “L’oblato si impegna ad una forma di vita che sia progressiva conformazione a Cristo che con la sua stessa vita cercherà di irradiare nel mondo, diventando così testimone della perenne vitalità della vita monastica nell’esperienza cristiana” (Statuto degli Oblati, I,3b).

 

Ecco allora apparire qui un’altra cosa importante che riguarda l’oblato: deve essere nel mondo testimone di Cristo e della bellezza della vita contemplativa, che altro non è che la vita del cristiano. Concretamente l’oblato cercherà di fare suoi, quanto possibile, nella modalità che gli è propria, i valori cardine della vita monastica, così come ce li ha insegnati Benedetto. Quali sono? Li conosciamo ormai molto bene: il lavoro e la preghiera certamente, ma ancora l’ascolto nell’obbedienza della Parola di Dio, la sobrietà (molto meglio di povertà), lo spirito di famiglia, la stabilità e l’umiltà. Agli oblati è chiesta in più una particolare buona dose di dinamismo e di creatività per rispondere, vivendo nel mondo, a questa particolare vocazione benedettina.

Ma non dobbiamo dimenticare che oggi Giorgio, diventando oblato di questo monastero, instaura un vincolo di appartenenza che lo lega in modo tutto speciale alla comunità che lo abita. In questa comunità riconosce un punto di riferimento primario per la sua vita liturgica, per la preghiera comune, per il suo cammino spirituale e sempre qui costruisce e coltiva un rapporto di amicizia e simpatia con queste nostre consorelle benedettine. Entra a fare parte di una famiglia, da adesso la sua famiglia monastica!

 

La Madre abbadessa e la sua assistente , ma con loro tutte le altre monache, lo accompagneranno, lo aiuteranno, lo incontreranno, lo ascolteranno, gli saranno vicine, saranno madri e sorelle compagne di cammino, saranno amiche che gioiranno per la sua gioia e lo consoleranno nelle sue afflizioni, pregheranno per lui ma anche confideranno nella sua preghiera per loro.

Sì, caro Giorgio, in particolare ti raccomando la preghiera perché anche noi monaci e monache abbiamo bisogno di qualcuno che preghi per noi. Tutto questo in un giusto equilibrio, sempre da conquistare, di discrezione e di rispetto reciproco nella salvaguardia del cammino spirituale di ognuno.

Non è però una relazione a senso unico quella degli oblati,ma si costruisce piuttosto un rapporto di reciprocità e di complementarietà che  mette in ascolto gli uni delle altre per un arricchimento vicendevole. Ha scritto Jean Leclercq: “I laici-oblati assumono il carisma monastico per essere più laici (cristiani) e i monaci condividono il loro carisma con i laici per essere più monaci! E’ verissimo: in questo scambio si cresce tutti, tutti ne guadagnano.

Se Giorgio è qui oggi è perché ha scoperto un tesoro nella Regola benedettina, una ricchezza di vita e di fede e può, insieme ai suoi compagni oblati, aiutare questa comunità monastica a riscoprirla, a valorizzarla nuovamente e continuamente, per evitare il rischio che, vivendo dentro a tanta ricchezza, la comunità ne arrivi a fare l’abitudine dandola per scontata.

Caro Giorgio e cari oblati siate allora di stimolo alla comunità che vi accoglie nella famiglia, e la comunità sia per voi un esempio dell’amore che Cristo ha portato nel mondo, di quell’amore che ha nella fedeltà a Dio e nel servizio ai fratelli la testimonianza più vera e credibile.

Noi e voi, sulle orme di Cristo sotto la guida del Vangelo, chiamati per grazia a essere sale della terra, lievito nella pasta, anima del mondo. Questo è l’augurio che faccio a te, caro Giorgio, a tutti gli oblati, a voi care consorelle e a me stesso, mettendo tutto su questo altare, che oggi accoglierà la scheda di oblazione e l’altra oblazione, quella perfetta ed eterna  del sacrificio di Gesù Cristo Nostro Signore. E lui ci faccia giungere tutti insieme alla vita eterna. Così sia.

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